Tribulaun Di Fleres - In Corsa Coi Tedeschi

Tutti li conoscevano come i “Colibris”, perché i loro nomi: Kautsche, Siegert e Uhne erano troppo difficili da pronunciare per noi latini. Si trattava di quegli scalatori tedeschi che, negli anni ’70 erano rimasti 17 giorni appesi alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo per tracciare una nuova via direttissima e invernale, una linea a goccia d’acqua realizzata con temperature di 30 gradi sottozero. Condizioni capaci dunque di scoraggiare chiunque – ma non loro- dall’accostarsi alle pareti. Quelli, i biondi campioni d’Oltr’Alpe, erano la, dormivano nell’amaca appesa due chiodi sopra un vuoto pauroso e, ogni giorno, tiravano su per la parete extraverticale i viveri; lo facevano con un lunghissimo cordino al quale solerti amici ogni giorno appendevano il cestino colle vivande, unendo al pentolino del pollo arrosto, i quotidiani recanti le notizie della spettacolare scalata, ripresa ormai da tutti i giornali e le televisioni. “Oggi sono saliti 27 metri…. Ieri solo 20 ma c’era il maltempo…!” Ecc.

Polemiche infuocate nell’ambiente dell’alpinismo dolomitico, avevano riscaldato gli animi e l’atmosfera, ma solo quella della dialettica e del sottobosco giornalistico perché loro, indifferenti al freddo, alla fatica e a quanto accadeva in valle, proseguivano guadagnando metri su metri verso l’alto, con lentezza esasperante si, ma anche con teutonica caparbietà, seguendo la linea a goccia disegnata da tempo sulla cartolina delle Tre Cime. Si dimostrava così, che l’essenza dello sport alpinistico non è tanto l’ascensione di una montagna, ma la lotta con le difficoltà..! E lo diceva anche Mummery che “sono le imprese, sono le vie nuove quelle che contano..” perché esse creano il monumento dell’alpinismo estremo che è pure esso un capitolo del progresso dell’uomo.

Da allora erano passati un bel po’ di anni, ma quelli, i “Colibris”, bellamente sopravvissuti anche alle battaglie dialettiche, coltivavano ancora idee di quel genere rispetto alle pareti italiane. Sicché in quel caldo mese di luglio a Valdagno, la telefonata di Ernesto Menardi, era suonata perentoria: “Vieni subito su, mi hanno riferito da fonte sicura che ci sono in giro i tedeschi e che son qui per fregarci la via…!” Da tempo avevano accumulato i materiali alla base della parete per tentare l’impresa. Io ero ancora lì con la pennellessa sgocciolante in mano, intento a imbiancare la mia nuova casa e per il momento, ben lontano dal pensare alle ebbrezze del 6° grado, ma la chiamata non ammetteva repliche o dubbi. Ernesto, era anche di naja più anziano ed esperto di me, lui era il vetrano tra gli Istruttori di alpinismo della Brigata Alpina Orobica e, in quel momento stava facendo pesare, insieme alla amicizia e all’autorevolezza in campo alpinistico, la sua maggiore anzianità di grado. I tedeschi in questione, erano proprio i Colibris di cui si diceva, gente cioè che quando metteva le mani sulla roccia non lo faceva per scherzo…

Ci Troviamo a Vipiteno dopo le mie peripezie automobilistiche tra tornanti di montagna e le code autostradali di fine luglio sulla via del Brennero. Il Tribulaun è una montagna grandiosa, fatta di più cime delle quali, la nostra, (Tribulaun di Fleres) ossia la più meridionale, si trova a cavaliere del confine austriaco e a pochi chilometri dal Brennero. Per arrivarci occorre risalire l’ultima valle Italiana prima della frontiera: la valle di Fleres: un posto dove le albicocche maturano a fine settembre e solo da piante rampicanti contro la parete al sole dei masi di fondo valle.

Trilla il campanello a casa di Paul Eisendle, gestore del rifugio Calciati. La si trovano sempre amicizia e.. consigli gratis. Ma dove volete andare con questo tempo, sono sceso anch’io e risalirò appena si mette meglio… “In montagna si va per vivere, no per morire…!” Diceva così Paul mentre guardava dal cortile della sua casa la cima del Tribulaun avvolta in una caligine nera che aleggiava come una fosca minaccia sul monte. “Vedrai che i tedeschi se ne stanno in qualche buon Gasthaus della valle, e anche voi potreste stare qui che la birra non manca e ora accendo il fuoco…!”

Ma noi no! Si va prima che i tedeschi se ne accorgano e, semmai dovranno inseguirci in parete. Paul accompagna con uno sguardo perplesso i nostri passi e forse nasconde sotto la folta barba una espressione di pietoso compatimento.

Come due muli stracarichi, saliamo per il sentiero che va su verso il Calciati. Scendono altri amanti dell’Alpe, delusi dal cipiglio severo della montagna. Ci consoliamo col riflettere che fra l’alpinista classico e il sestogradista la differenza deve pur sussistere e che per eccellere occorre naturalmente prima soffrire…! Bah…! Non siamo del tutto persuasi, ma tant’è! Alti, sul sentiero interminabile, possiamo soffermarci a scrutare il molosso di roccia con le sue pieghe fatte di diedri, di fessure, di drappi ghiacciati sopra i colatoi e le placche levigate dall’acqua e dal ghiaccio.

Nel mezzo del grande triangolo della parete, uno di questi drappi gonfio di candelotti pare una nube appesa agli strapiombi. Possiamo vederlo per un po’ prima che la procella riavvolga il monte. Infine lasciamo il sentiero per salire tra le tracce di neve fresca che da poco ha spolverato le rocce basali. Qui mentre attacchiamo lo zoccolo ci si propongono fin da subito alcune insidie nascoste fatte di verglass. Bisogna tenere le mani sulla roccia bilanciando i pesi gravosi dello zaino. I guanti si impregnano di acqua gelida e la lana militare di infima qualità si spacca subito sulle dita. Si può ancora girare i guanti e utilizzarli a rovescio, ma dopo un po’ toccherà buttarli via perché inutili e finire di congelarsi le mani raspando tra le sacche di neve adagiate ai piedi della parete. Superiamo un canalino pieno di neve ghiacciata “quarto grado sporco..!” secondo la sentenza di Ernesto. Finalmente le rocce si adagiano si scalini e cengette più facili. Giungiamo così alla base del muraglione verticale dove scopriamo una grotta di cui facciamo senza indugi il nostro covo per la prossima notte. Qui scarichiamo gli zaini pesantissimi per procedere con le sole corde e coi chiodi che occorrono. Si sale, obbligati a sinistra sfruttando una mensola obliqua, quindi ancora su, in direzione opposta e su rocce ancora più difficili e verticali fino a certi piccoli tetti gialli e neri che prometto poco di buono. E’ sera, stanchi, affamati, mezzo assiderati, soto uno stillare di pioggia fina, ci riuniamo sull’ultimo appoggio raggiunto, poi, visto che è finita anche la terza corda di cui disponiamo, fissiamo un ultimo chiodo piantato con la solita perizia da Ernesto e da quello ci caliamo pian piano di nuovo alla grotta: Questo mio compagno è una specie di leone teutonico: un ragazzone biondo, agile e muscoloso, un vero atleta prestato alla naja: può muoversi su rocce verticali con una sicurezza e una agilità invidiabili dal che si vede che, quello è proprio il suo mestiere. Tra le difficoltà non si scompone, ragiona freddamente e risolve con naturale pacatezza e nel modo più logico il problema. Ma oggi c’è un particolare che non ha calcolato ed è che con un solo sacco da bivacco (il mio) la notte sarà più lunga e più dura. Il suo sacco infatti era bruciato all’ultimo campo estivo degli alpini del Morbegno. Dentro la tenda era rimasta accesa oltre la soglia tra la veglia e il sonno una maledetta candela che aveva distrutto il sacco da poco acquistato e non senza sacrificio. Giù nella grotta mi spoglio allora delle cose che posso e do tutto a lui che, grosso di vestiti uno sopra l’altro, si mette tra me e la roccia sopra un letto fatto di cordami con le gambe infilate in uno zaino in un guazzabuglio di bussolotti, moschettoni, cordini e quant’altro. A valle, un muretto di sassi prontamente alzato, dovrebbe farci riparo al vento, ma quella pare sia una pura illusione. Guardo le mie povere mani rosse, dure e spellate dal gelo pensando che le aspettano altre pene. Quasi per forza si ingoia qualcosa prima di disporsi ad accettare la notte. Il vento spazza la montagna ma anche le nubi ma non i reconditi pensieri di fuga che occorre tacere. La notte è movimentata da scalciamenti provocati dai crampi, con il “dormo io vegli tu e viceversa…” Ma quando viene la mattina?! Il tempo pare senza fine. Le prime luci vedono l'atleta già alle prese col fornelletto, la neve da sciogliere, e le bevande da ingurgitare…Dai muoviti andiamo…! Raccattiamo le ferraglie e i cordami e subito siamo alle prese con corde e strapiombi. Gli arti ancor torpidi di gelo, lo sguardo stranito dai sonni mancati, le ossa che scrocchiano, le articolazioni bloccate…! Azione!… “Pianta qualche chiodo.. maledetto, che qui se voliamo andiamo diretti in val di Fleres!..” “Sali tapiro…sbrigati e.. non ragliare…!” I soliti complimenti tra amici!

Rocce lisce, bagnate, verticali…roba da brividi, eppure, carichi come due alberi di Natale, saliamo. La “roba” ci segue contenuta in un saccone che spenzola sul vuoto appeso alla terza corda. Ora si traversa visto che qui proprio non si può salire ne andare da altre parti. Una cornicetta larga si e no 5 centimetri ci porta nel cuore di un immane lastrone nero e levigato a specchio. Da questo posto non si scenderebbe nemmeno a corda doppia. La roccia intorno e sotto è così compatta che non prenderebbe nessun chiodo. Quando a un certo punto la cornicetta finisce, ci guardiamo all’ingiro sconsolati. Sopra, sotto e ai lati è tutto perfettamente liscio e più in alto dai tetti e dalle pance di roccia che ci sovrastano con grandi candelotti di ghiaccio stilla del gelo liquido che penetra nei vestiti. Ogni tanto un pezzo di ghiaccio s’invola dall’alto dietro le nostre schiene per dirigersi all’abisso che abbiamo sotto i piedi. In quel posto da uccelli avviene un consulto da trogloditi, con cenni e mugugni finché risulta chiara la parola fatale: “Pendolo!?!” “Ma sei pazzo?… E dopo? Ma non vedi che più in la c’è una specie di fessura, se arriviamo a beccarla andiamo su per quella e si va avanti!” Scatta tutto un complicato lavorio di chiodi, corde, nodi e, alla fine, si va per l’aere, spenzolando a lungo nel vuoto. Con le vene dl collo tirate per lo sforzo occorre buttarsi, spingersi, allungarsi fino ad agguantare un appiglio più in la, e, si, c’è un piccolo pulpito sotto la fessura dove riunirsi ancora. Un altro blocco di ghiaccio da quintale ci passa dietro le orecchie a mezzo metro e procede per le sue. Noi intanto saliamo dal pulpito lungo la fessura che risulta contorta, difficile, gelata ma che comunque grazie alla forza del mio compagno ci lascia salire. Seguono diedri, fessure, placche con rocce buone e rocce marce che si alternano tra candele di ghiaccio da abbattersi senza pietà per poter avanzare. Così, senza mangiare ne bere perché… non c’è tempo!- raggiungiamo un diedro dall’apparenza facile. E’ coperto di licheni rossi come sangue (li ricordo ancor oggi) Ernesto va avanti, io seguo con il saccone della roba caricato sulle spalle per far prima. Si va in diagonale ed io faccio una fatica bestiale col saccone che mi tira di lato, A mezzo tiro della corda, forse per il troppo peso, la lastra cui mi appendo si spacca di botto e mi lascia volare con un pendolo nel vuoto. Da sopra Ernesto farfuglia qualcosa mentre ancora dondolo sopra un vuoto di ottocento metri. Con fatica riagguanto le rocce e riprendo a salire. Quando raggiungo il mio compagno il suo viso ha il colore della terra mentre mi fa vedere quel che è successo: I chiodi a cui è appesa la cordata sono stati divelti dal mio volo ed uno solo, piccolo e storto ha tenuto tutto il peso….”Volevi farmi diventare un uccello”- “Potevi anche dirmi che tutta quella roccia rossa è una gruviera marcia!” Lascio il saccone a lui e vado su, ormai imbrunisce e siamo alle famose “Facili roccette” che precedono la vetta. Giù al Calciati si è accesa una luce, scorgiamo nelle ultime luci che Paul corre giù per il ghiaione. Sicuramente ci ha scorto al binocolo e in questo momento agita una pila con le mani ed esulta con noi per la vittoria.

Gridiamo la gioia della vetta a tutto il mondo, poi ci guardiamo per abbracciarci e…piangere. Ma questo non si sa dire a quelli che non hanno mai provato….!

Scenderemo di notte a lume di cerini, preparando circa 20 corde doppie attrezzate con spezzoni della nostra terza corda tagliati a martellate per farne ancoraggi, anche perché i chiodi erano ormai finiti. Dopo la discesa notturna di tutta la parete e di un nevaio infido e crepacciato, risaliamo le ghiaie per giungere con l’ultimo fiato fino alla porta del rifugio. Bussiamo….Paul non crede ai suoi occhi: “Come avete fatto a scendere di notte da lassù?!? Ci abbracciamo commossi…poi senza perder tempo ci da due preziose scodelle di minestrone che non mangiamo, beviamo!

Solo con lui in quella notte senza luna, dividiamo la provvisoria ma immensa felicità di essere più che mai vivi, vittoriosi ed amici!

Bepi MAGRIN

 

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